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lunedì, marzo 29, 2004
A cielo aperto con la lingua La pubblicazione dei corsi tenuti da Roland Barthes al Collège de France negli anni dal `78 all'80, ora raccolti da Seuil con il titolo La Préparation du roman, mostra, pagina dopo pagina, la messa in forma di una scrittura vocale. A chiudere, un piccolo aforisma testamentario, siglato con la grazia consueta: «per uno scrittore il problema non è, mi sembra, quello di essere eterno, ma di essere desiderabile dopo la morte» MARIO LAVAGETTO «Meglio le trappole della soggettività che le imposture dell'oggettività. Meglio l'immaginario del Soggetto che la sua censura». Con questa intrepida e irriverente dichiarazione Barthes inaugura le sue lezioni al Collège de France degli anni 1978-79 e 1979-1980, intitolate La Préparation du roman, ora raccolte e pubblicate dal Seuil. Più avanti chiederà l'avvallo di una disinvolta traduzione francese di Nietzsche: l'io non è singolo, ma plurale; l'identità può essere fissata solo in modo frammentario ed è il risultato di forze, di energie diverse che occupano «successivamente il proscenio»; è «tessuto, trama di punti mobili». Se le cose stanno così, nessuno potrà essere dichiarato infedele a se stesso e la fisionomia di Roland Barthes resterà ancora una volta libera da ipoteche, conforme a una intelligenza inquieta e mercuriale che si propone, subito, ai suoi ascoltatori come una guida avventurosa, non certo rassicurante, per inoltrarsi nei territori dell'immaginario, là dove un'opera a venire si profila in modo ancora pulviscolare, imprecisa e indefinita come un fantasma. Se le cose stanno davvero così, e non si decide di rinunciare alla lettura, non resta che riconoscere quanto sia sterile, improduttivo e infondato il comportamento di chi (ripetutamente, negli ultimi anni) ha chiesto a Barthes di «rendere conto» e lo ha accusato di non rispettare i patti. Avrebbe risposto che non si era mai impegnato a farlo e che, d'altro canto, ogni contratto gli appariva sospetto, fondato su un'«etica piccolo-borghese» e su una sorta di «taglione economico». Il suo pensiero andrà considerato come un tessuto, una trama di punti mobili che a volte producono flagranti contraddizioni e che in nessun modo (sotto pena di soffocarne la continua, inesauribile, meravigliosa vitalità) possono essere ricondotti a un sistema: se il suo discorso resta nutritivo e affascinante è perché nasce, in ogni circostanza, da una ripartenza, da un immaginare, interrogarsi, progettare, riflettere da zero. Così chi ha nella memoria il suo saggio sulla morte dell'autore e sulla inapppellabile condanna di ogni tentativo di ricorrere alla vita degli scrittori, non potrà non sorprendersi, non tornare a sua volta a pensare, quando Barthes, nel corso delle sue lezioni, avanza una proposta di «disinibizione» o di «de-rimozione» della biografia e dichiara di avere avuto lui stesso la tentazione di scriverne una e di leggere talvolta, di preferenza, non l'opera ma la biografia (o l'autobiografia) di uno scrittore.
Non credo sia arbitrario riconoscere nella franchezza con cui Barthes si serve di queste improvvise scosse, di questi sorprendenti cambi di direzione, anche un partito preso didattico che si rivela di particolare efficacia nel momento in cui, sulla carta, predispone la traccia dei suoi corsi e si trova alle prese con una forma deliberatamente instabile, ibrida, che gli presenta - ma come rovesciati - problemi analoghi a quelli affrontati al momento di «scrivere» le sue interviste: se allora si era trovato davanti a una inevitabile perdita dell'«innocenza tattica» congiunta all'oralità («nel riscrivere quello che abbiamo detto ci proteggiamo, ci censuriamo, cassiamo le nostre sciocchezze»), se era stato costretto a constatare che nella trascrizione scompariva «semplicemente il corpo, o almeno il corpo esterno, contingente, in situazione di dialogo», ora appare teso a tenere le maglie sufficientemente larghe, a garantire la presenza nel testo di una rete interstiziale che permetterà al corpo di tornare sulla scena, di sfruttare i varchi, i punti di buio dove la parola detta, pronunciata ad alta voce - con le sue indecisioni, i suoi tentennamenti, le sue lotte «a cielo aperto con la lingua» - tornerà a prendere il sopravvento. Pagina dopo pagina con scorciatoie improvvise, accenni, frecce direzionali, soppressione dei verbi prende così forma una sorta di scrittura vocale, di scrittura in disponibilità per una successiva performance.
Il punto di partenza è costituito da una decisione che Barthes arriva a esplicitare apertamente solo durante il secondo corso di lezioni (quello degli anni 1979-1980): «Nell'ambito della critica, della teoria letteraria e dell'insegnamento, non ho notizia di alcun ricorso alla simulazione come metodo.» E tuttavia si tratta di una scelta estremamente proficua nel momento in cui io, professore universitario, pagato per svolgere un determinato mestiere decido di simulare un Romanzo mettendomi non tanto nella situazione di scriverlo («il che potrebbe avere luogo solo nella clandestinità del mio studio») ma nella posizione di chi lo scrive senza curarmi di regredire in tal modo dal piano della scienza a quello della tecnica («voglio sapere come è fatto per rifarlo»): «lascio libera la mia immaginazione, `faccio i conti con la mia natura', sono coinvolto nel Corso - mia sola speranza di coinvolgere anche voi. In termini più generali, la simulazione (metodo) diventa fabulatrice: si colloca essa stessa alle porte del romanzesco».
postato da: Delicebaltic | 16:24
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giovedì, marzo 18, 2004
LA FE DE LA PASIÓN DESCAFEÍNADA
Del Cristo de Mel Gibson a la ley francesa que prohíbe el velo a las mujeres musulmanas, del Islam polìtico a los panfletos en defensa de la civilización occidental, la parte oscura de la tolerancia liberal y la adhesiòn a la religión como estilo de vida adherente a la proppia comunidad. La alternativa al horizonte de los fundamentalismos religiosos y a la tolerancia polìticamente correcta reside en la crìtica radical al elemento que los aùna, la reivindicaciòn del derecho a que no te moleste el otro.Las creencialesde quienes, aùn antes de su estreno,critican violentamente la nueva pelìcula de Mel Gibson sobre las 12 ùltimas horas de la vida de Cristo aparecen impecables; no està completamente justificada su preocupaciòn que lapelìcula, realizada por un fanàtico tradicionalista catòlico con ìmpetus momentàneos de antisemitismo, pueda desencadenar sentimientos antisemitas? Más en general, La pasión de Cristo no es una especie de manifiesto de nuestros fundamentalismos y antiseculares (¿occidentales cristianos?) ¿rechazarlo non es sólo un deber de todo secular occidental? un ataque tan exento de ambigüedad no es un sine qua non , si queremos demostrar que no se es secretamente racistas que atacan sólo el fundamentalismo de otras culturas (¿islámicas?) la reacción del Papa a la película ya se conoce: profundamente conmovido, ha murmurado: "Así fue como sucedió en la realidad", pero esta afirmación ha sido desmentida rápidamente por una posición neutral oficial del Vaticano enmendada de manera que no se hiera a nadie. Este cambio es la mejor simplificación de lo que no funciona en la tolerancia liberal, con su miedo políticamente correcto que pueda herir la sensibilidad religiosa de quienquiera.
postato da: Delicebaltic | 14:20
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venerdì, marzo 12, 2004
Falsos amigos
Intendere/entender
Intendere = (español) oír, pensar
Entender = (italiano) capire,
postato da: Delicebaltic | 13:25
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martedì, marzo 09, 2004
Traduzione della preposizione da
Fonte di equivoci è la traduzione della preposizione da equivalente in spagnolo de, desde. Queste preposizioni hanno, però le stesse caratteristiche: indicano origine temporale/spaziale, quindi la distinzione del suo uso dipende dal verbo. Si usa de con verbi di movimento reale o figurato, e desde negli altri casi.
Parti da Roma = salió de Roma
Dalla finestra si vede il mare = desde la ventana se ve el mar
postato da: Delicebaltic | 10:24
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domenica, marzo 07, 2004
La morte di Lazaro-Carreter
Che strano scrivere, all'improvviso usando il passato, su qualcuno che è stato fino all'altro ieri una presenza amata e potente nella propria vita. L'ultima volta che ci siamo visti, è già davvero per sempre l'ultima volta, e il futuro di un nuovo incontro non ci sarebbe stato. Adesso ricordo il Fernando Làzaro delle ultime volte, degli ultimi tempi, mal sistemato in una sedia a rotelle che gli era troppo stretta per la sua grossa corporatura, mentre dava un saluto con la sua debole mano e con un sorriso triste, e tuttavia era sempre affettuoso, e con un leggero gesto di scusa, come per essere perdonato perché non riusciva ad alzarsi, a causa di un problema fisico che lui subiva come fosse un'umiliazione personale. Un paio d'incidenti domestici lo avevano ridotto alla sedia a rotelle: ma dopo un periodo di crisi, sembrava avesse di nuovo ripreso l'energia e diceva, con timida speranza, che confidava in poter essere di nuovo in piedi. Pian piano, avevo visto negli ultimi anni, che cominciava ad incurvarsi, che le sue gambe erano troppo fragili per quel corpo da gigante, così insicure nella loro stabilità, come quel bastone sul quale si appoggiava..
La tristezza si era istallata sul suo viso sereno, e un gesto di amarezza o assenza attraversava la sua affettuosa e vigile espressione. Era un prigioniero irritato per via delle difficoltà fisiche, un ostaggio delle offese dell'età che non si rassegnava a questo. Trascorsi più di otto anni guardandolo molto davvicino, dall'altra parte del tavolo ovale della Real Accademia, nella penombra verdastra, quasi tutti i giovedì, e una volta al mese, nella sala da pranzo di un caro amico comune, l'avvocato Luis Zarraluqui.
postato da: Delicebaltic | 07:47
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venerdì, marzo 05, 2004
El fallecimiento de Làzaro-Carreter
Un retrato de cerca 

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Antonio Muñoz Molina es escritor y académico.

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| EL PAÍS | Cultura - 05-03-2004 |
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Cazaba al vuelo los disparates lingüísticos con la misma delectación con que Nabokov atrapaba una mariposa |
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Qué raro escribir de pronto en pasado sobre alguien que era hasta ayer mismo una presencia querida y poderosa en la vida de uno. La última vez que nos vimos ya es de verdad y para siempre la última, y el porvenir de un nuevo encuentro ya no existirá. Ahora recuerdo al Fernando Lázaro de las últimas veces, de los últimos tiempos, mal acomodado en una silla de ruedas que se le quedaba pequeña para su rotunda corpulencia, ofreciendo al saludo una mano débil y una sonrisa triste y sin embargo igual de afectuosa que siempre, con un punto de disculpa, como si se excusara por no poder levantarse, por la inconveniencia de una incapacidad física que él sufría como si fuera una humillación personal. Un par de percances domésticos lo habían confinado a la silla de ruedas: pero después de un periodo de desaliento parecía que se animaba de nuevo, y decía con ilusión temerosa que confiaba en volver a sostenerse en pie. Poco a poco yo había visto, en los últimos años, que se iba encorvando, que sus piernas eran demasiado débiles para ese cuerpo de gigante, tan inseguras en su firmeza como ese bastón en el que se apoyaba.
La pesadumbre se había instalado en su gran cara plácida, y un gesto de amargura o ausencia cruzaba su expresión afectuosa y alerta. Era un prisionero irritado de las dificultades físicas, un rehén de los agravios de la edad que no se resignaba a ellos. Me pasé más de ocho años mirándolo muy de cerca, al otro lado de la mesa oval de la Academia, en la penumbra verdosa, casi todos los jueves, y una vez al mes en el comedor de un querido amigo común, el abogado Luis Zarraluqui. Me gustaba observar sus reacciones silenciosas a las cosas que escuchaba, el modo en que registraba con un gesto, con una rápida mirada de soslayo, algo que le producía irritación o que le despertaba una sonrisa, el final de alguna historia sabrosa. Amaba un buen chiste, un sustancioso cotilleo, con la delectación de un gastrónomo, y al terminar de contarlo o de escucharlo se le quedaba un sonrisa de placidez satisfecha, la de quien acaba de gustar un bocado exquisito. Su amor por las palabras, su atención a las rutinas y a las tonterías verbales, eran menos de filólogo que de novelista fascinado por las variedades del habla, por la capacidad de la lengua para retratar personajes. Más de una vez, leyendo sus artículos, me acordé del oído supremo de Galdós para los matices de la lengua hablada, de la infinita curiosidad, la ternura, casi la gula, con que don Benito prestaba atención a las maneras de hablar de la gente, los listos y los tontos, los pobres y los privilegiados, los ignorantes y los presuntuosos. Fernando Lázaro cazaba al vuelo los disparates lingüísticos con la misma delectación con que Nabokov atrapaba una mariposa.
Pero en su ironía, en su ira -era posible observar en su cara la aproximación de un ataque de ira igual que se observa en el cielo del verano la formación de una tormenta-, había siempre un hondo propósito regeneracionista, una vocación ilustrada y civil por el fomento de la educación pública, por el progreso de la inteligencia y de los buenos modales en un país demasiado áspero, demasiado complaciente con los exabruptos de la ignorancia. Venía de otra época, aunque disfrutara tanto de ésta en la que vivía. En la formidable solidez de sus saberes se notaba la herencia de la gran tradición intelectual que fue desbaratada por la guerra, la de aquellos sabios que fueron también activistas de la instrucción pública, Ortega, Unamuno, Ramón y Cajal.
Pero es al amigo grande y generoso al que recuerdo ahora, es su presencia paternal e imponente la que echaré de menos: su rigor inflexible en el cumplimiento de los deberes de la inteligencia y de la lealtad, su indulgencia hacia las flaquezas y las tonterías humanas, la rapidez de su ironía. Más de una vez sentí el influjo cálido de su afecto protector: bastaba una mirada, un gesto sutil de apoyo o de invitación a la paciencia, al sosiego. Una tarde, después de escuchar largo rato a un académico quizás demasiado purista, que se lamentaba de la generalización entre los jóvenes de la expresión "vale", Fernando Lázaro pareció sacudirse uno de aquellos accesos de sopor episcopal que lo abrumaban a veces y dijo: "Querido amigo, mejor será que los jóvenes acaben sus frases diciendo 'vale', y no que empiecen a decir 'O.K.". |
postato da: Delicebaltic | 06:15
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