Corso di Lingua spagnola
 

lunedì, dicembre 29, 2003

Fotografie in movimento lungo le avenidas
«Buenos Aires ora zero» di Claudio Attardi, appunti di viaggio per immagini
PAOLA WATTS
Viaggiatore esperto, uso a osservare e annotare con l'obiettivo fotografico, Andrea Attardi, che ha al suo attivo ottime raccolte d'immagini tra cui alcune su Cuba, sull'India, sullo Yemen e sul Brasile, ci propone ora un libro di viaggio, cui forse la definizione non rende giustizia. Diciamo piuttosto che si tratta di un'analisi civilissima di una metropoli lontana, Buenos Aires, senza ometterne alcun aspetto, anzi arricchendola, se ciò è possibile, con competenza e oggettività esemplari. Ma l'elemento sorpresa del volume in questione, Buenos Aires ora zero ( Desiderio & Aspel editore, pp. 124, € 10) consiste nella quasi totale assenza di immagini, eccettuando quelle curiose ed espressive in copertina. Il fotografo Attardi ci propone invece uno scritto assai piacevole suddiviso in una decina di capitoli come Puerto Madero, La Recoleta, La casa di Ernesto Guevara, La Boca, Tango Arrabalero, Ford Falcon, Viaggiare nella crisi, sorta di cronaca che per mezzo di un linguaggio asciutto e non descrittivo testimonia l'attenzione con cui l'autore ha vissuto e certamente compreso lo spirito di quel paese a noi molto vicino. Va da sé che il tango abbia un posto speciale nel libro, con i suoi teatrini lungo l'Avenida Corrientes, in San Telmo, press'a poco tuguri dove coppie truccatissime in abiti scintillanti si esibiscono non per i turisti ma per se stessi, al massimo per i vicini di casa. I locali hanno nomi noti anche a noi: Cochabamba, Cumparsita, Bar el Chino per citarne solo alcuni, dove musicisti attempati suonano come assorti in un'estasi dondolante, o un equilibrio precario, dovuto forse all'eccesso di birra Quilmes. Il racconto di Attardi sui tangueros di strada è di per sé immagine, egli ce li fa vedere mentre roteano sul porfido grigio nero de las calles de ciudad, quegli scarpini lucidi e malandati li rammenteremo a lungo, mentre eseguono el corte, l'ocho, la media luna, el paso atràs, complesse figure del tango conosciute da pochi eletti. Un altro capitolo interessante è quello dedicato alla casa di Ernesto Guevara. Attardi si reca nel quartiere Palermo, in calle Araoz 2180, angolo Calle Mansilla. Ma al posto della casa dei Guevara trova un edificio residenziale di sei piani color bianco panna. Chiede se vi sono persone che lo conobbero, parenti, amici, ma la gente risponde evasivamente allontanandosi in fretta e la figura del Che, ancora una volta, pare avvolta dal mistero. Forse proprio per essersi espresso fino ad ora con le immagini, l'autore sembra qui indagare e annotare attraverso un mezzo per lui nuovo, la scrittura, sentimenti e situazioni raggiungendo anche stavolta quell'equidistanza indispensabile ad abbordare temi disomogenei ma non per questo meno affascinanti, dal tango alla finanza, dalla Plaza de Mayo al quartiere del porto. E la sua vena letteraria sembra amalgamarsi felicemente al suo senso dell'immagine, entrambi sempre misurati, pur se dolenti, pur se di denuncia. (Il Manifesto)





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venerdì, dicembre 26, 2003

LA ESPINA BASCA

Del conflicto entre España y el País basco se habla mucho. Y a menudo se hace sin mucha profundidad. En España, mucho, obviamente, pues lo vive en su carne, sin conseguir llegar a una solución, despuès de haber logrado transitar con ´exito y sin traumas - gracias al amargo binomio "amnistía -amnesia" - del franquismo a la democracia plena (justo en estos días se celebran los 25 años de la consitución post-franquista). Mucho, fuera de España cada vez que ETA centra uno de sus numerosos atentados terroristas. En realidad pocos conocen de verdad las raíces históricas, políticas y psicológicas de un conflicto que Madrid tiene todo el interés de presentar como un arcaísmo curiosamente residual o como una excrecencia puramente terrorista y, porel otro, Euskal Herria - el país de los euskadunes, es decir de aquéllos que hablan euskera, la misteriosa lengua basca y encerrarlo todo en los límites de la antinomia ocupación-liberación difuminan en la esfera mística y mítica.

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domenica, dicembre 21, 2003

Traduzione

L' ALEF

Nella parte inferiore della scalinata,verso la destra, vidi una piccola sfera cangiante, quasi di un intollerabile fulgore. All'inizio la credevo girevole, poi capì che quel movimento era una illusione prodotta dal vertiginoso spettacolo che rinchiudeva.Il diametro dell' Aleph sarà stato di 2 o 3 centimetri, ma lo spazio cosmico stava lì, senza diminuzione di dimensioni. Ogni cosa (la luna dello specchio, diciamo) era un infinità di cose, poichè io chiaramente le vedevo da tutti i punti di vista dell'universo. Vidi il popoloso mare, vidi l'alba e la sera, vidi la moltitudine dell' America, vidi una argentata ragnatela al centro di una nera piramide, vidi un labirino rotto (era Londra), vidi interminabili occhi scrutarsi immediati nel mio corpo come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi riflesse, vidi in un cortile posteriore della calle Soler le stesse mattonelle che trent'anni fa vidi nell' ingresso di una casa a Frey Bentos, vidi razzismo, neve, tabacco, venature di metallo, vapore d' acqua, vidi convessi deserti equatoriali e ognuno dei suoi granelli di sabbia, vidi a Inverness una donna che non dimenticherò, vidi la violenta capigliatura, l'altezzoso corpo, vidi un cancro al seno, vidi un circolo di terra secca in un sentiero dove prima c'era un albero, vidi una quinta de Adrogué, un esemplare della prima versione inglese di Plinio, quella di Philemont Holland, vidi in un solo momento ogni lettera di ogni pagina (da bambino mi mieravigliavo che le lettere di un volume chiuso non si mischiassero e perdessero nel decorso della notte), vidi la notte e il giorno contemporaneamente..

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venerdì, dicembre 19, 2003

La spina basca nell'Europa globale «La questione basca» di Alfonso Botti per Bruno Mondadori. Un saggio che ricostruisce l'evoluzione storico-politica del nazionalismo basco e del suo rapporto conflittuale con la modernità attraverso una rigorosa documentazione
MAURIZIO MATTEUZZI
Del conflitto fra la Spagna e il Paese basco si parla molto. E spesso a vanvera. Molto in Spagna, ovviamente, che lo vive in carne propria senza riuscire a venirne a capo dopo essere invece riusciti a transitare con successo e senza traumi - grazie all'amaro binomio «amnistia-amnesia» - dal franchismo alla democrazia piena (proprio in questi giorni si celebrano i 25 anni della costituzione post-franchista). Molto, fuori dalla Spagna ogni qualvolta l'Eta metta a segno qualcuno dei suoi attentati terroristi. In realtà pochi conoscono davvero le radici storiche, politiche e psicogiche di un conflitto che «Madrid» ha tutto l'interesse a presentare come un arcaismo bizzarramente residuale o un'escrescenza puramente terrorista e, dall'altro lato, Euskal Herria - il paese degli euskaldunes, ossia di coloro che parlano l'euskera, la misteriosa e ostica lingua basca - ad avvolgere in contorni che dall'antinomia occupazione-liberazione sfumano nella sfera mistica e mitica. Per questo è ottima l'idea di Alfonso Botti di studiare a fondo il caso e pubblicare un libro su questo nodo irrisolto e di difficile soluzione alla vista (La questione basca, Bruno Mondadori editore, pp. 248, €. 13.50). La peculiarità del lavoro di Botti, che insegna Storia contemporanea all'università Carlo Bo di Urbino, ha già pubblicato un paio di libri sulla Spagna ed è fra l'altro un apprezzato collaboratore del manifesto (probabilmente molti ricorderanno l'eccellente articolo scritto di recente in morte di Manuel Vázquez Montalbán), non risiede solo nel fatto che il suo saggio va a coprire un vuoto per il lettore italiano interessato alle cose iberiche (o, se vogliamo schematizzare, al «terrorismo»). Quanto nel fatto che «La questione basca», al di là dei suoi apparenti connotati di arcaicità e localismo, si innesta in un contesto di grande attualità e, per così dire, «modernità» o addirittura «post-modernità» in un'Europa globalizzata e (tendenzialmente) unificata. In cui le regioni possono assumere un peso e un ruolo specifici rispetto al declino degli Stati-nazione e dello stesso concetto di nazionalismo nell'ambito dell'Unione europea (ma non solo). Basti pensare, fatti tutti i debiti distinguo, alla bossiana Padania in Italia, alla Corsica in Francia, alla Catalogna in Spagna prima ancora che al Nord Irlanda, con cui per molto tempo si è tentato un parallelo rispetto alla situazione di Euskadi, per via dell'equiparazione Ira-Eta, pur trattandosi di una storia completamente diversa. Fino al punto di sperare-proporre una soluzione «all'irlandese» del conflitto basco-spagnolo.

E' una dinamica questa che Botti nel suo libro chiarisce bene quando scrive che «...è come se la Spagna del dopo-Franco si fosse assegnata il compito di assecondare le dinamiche della modernizzazione democratica, liberale e progressiva, contro un nazionalismo basco relegato alla difesa di un mondo arcaico, tradizionale e tribale, pre e antimoderno, attardato a descrivere, vagheggiare e rincorrere scenari socio-politici d'altri tempi. Occorre dire che se le cose possono essere descritte in questo modo per quanto concerne la fase di emersione tardo ottocentesca del nazionalismo basco, a disagio e volto all'indietro rispetto alla Spagna liberale, altro è il giudizio sui periodi successivi, per i quali accusare il nazionalismo basco di riproporre miti regressivi antimoderni o di essere un mero rigurgito di arcaicità appare troppo semplicistico dal punto di vista storico e poco ragionevole dal punto di vista politico. (...) Di fronte a fenomeni non previsti nella modernità come i nazionalismi etnici e altre forme di localismo, più ragionevole sarebbe riconoscere che si tratta di manifestazioni impreviste della modernità».

Una ragionevolezza, forse non paradossalmente, più difficile da trovare nelle opere pubblicate in Spagna e in Euskadi a causa dell'impellenza di un problema di cui non si è riusciti finora di venire a capo, di quanto non lo sia per uno storico «straniero» che vive quella situazione - per molti versi tragica - dal di fuori con maggior distacco e disincanto. Gli esempi a questo riguardo non mancano. Per dirne uno la dizione d'obbligo usata indistintamente dai media spagnoli per parlare dell'Eta: «la banda terrorista» - come se definire un problema in un certo modo servisse a esorcizzarlo -, pur sapendo benissimo che l'Eta, pur nella sua deriva terrorista, non è mai stata - non solo ai tempi durante i quali si opponeva con bombe e attentati al franchismo - e non è solo un fenomeno di terrorismo. O per farne un altro, la liquidazione di Sabino Arana, il padre del nazionalismo basco, e del suo messaggio politico come «L'eredità di un razzista» - così s'intitolava lo speciale che il quotidiano madrileno El mundo ha dedicato al fondatore de Partido nacionalista vasco, in occasione del centenario della sua morte, il 25 novembre scorso. «Il 25 novembre del 1903 morì Sabino Arana, fondatore del Pnv, lasciandosi dietro una semina di razzismo e fondamentalismo religioso, come pilastri basici per la creazione di una dottrina indipendentista di uno Stato, Euzkadi, il cui nome e confini etnici, storici e geografici se li era praticamente inventati lui», scriveva El mundo.

Botti, per fortuna - e questo è il valore aggiunto del suo lavoro - va ben oltre queste definizioni. Scava, ripercorre, racconta riuscendo nell'obiettivo che si proponeva: non quello di «schierarsi e prendere posizione» a favore o contro le aspirazioni nazionali e indipendentiste di una buona parte dei baschi, ma quello, come si legge nella controcopertina, di «spiegare quanto si è capito ed, eventualmente, aiutare a capire». Il racconto si fa più serrato mano mano che avanza verso l'attualità e verso l'oggi. Ossia quando la Storia della questione basca lascia il posto alla cronaca, forse meno precisa ma più viva e immediata.

Il lettore ripercorre quindi la nascita, lo sviluppo, le innumerevoli scissioni dell'Eta (la «tendenza operaista e di classe», gli «etnolinguisti», quella «terzomondista fautrice della guerra rivoluzionaria di liberazione nazionale»), gli innumerevoli cambi di strategia, la caduta dall'apogeo (l'attentato del `73 contro il delfino di Franco, l'ammiraglio Carrero-Blanco) verso la deriva terrorista, i rapporti conflittuali e controversi con il nazionalismo politico basco - quello moderato del Pnv e quello radicale di Batasuna -, «l'illusione» da parte sia dei governi socialisti di Gonzalez (che usò a tutta forza gli squadroni della morte chiamati Gal e scivolò pesantemente sulla «guerra sporca») e poi di quelli conservatori di Aznar «di una sconfitta militare dell'Eta» o dell'eliminazione del problema per via giudiziaria (l'illegalizzazione di Batasuna e dei giornali radicali baschi da parte del giudice Garzon). Fino alla più recente e spregiudicata delle giocate di Aznar, l'equiparazione dell'insorgenza basca con il terrorismo islamico di bin Laden e il grossolano tentativo di trasferimento «sul piano internazionale di un problema che era e resta eminentemente interno, basco e spagnolo». Buono forse per giustificare la subordinazione completa di Aznar alla strategia di Bush ma sicuramente incapace di chiudere una ferita a cui né la dittatura di Franco né la democrazia di Suarez, Gonzalez e Aznar hanno saputo o voluto trovare un antidoto efficace. Un antidoto che non può che essere politico, anche se difficile («le soluzioni appaiono lontane»).

Alla conclusione del saggio Botti non si avventura in facili previsioni - qualche traccia e nulla più - perché, scrive, «chi studia il passato al fine di ricostruirne le linee di fondo e interpretarle non deriva da ciò particolari doti di chiaroveggenza o capacità di previsione. Per questo motivo è bene che lo storico resti silenzioso di fronte agli interrogativi che riguardano il futuro, sui quali, per altro, già si cimentano quotidianamente schiere di insopportabili chiaccheroni». Il suo obiettivo era quello di «spiegare quanto si è capito ed, eventualmente, aiutare a capire». E questo obiettivo il libro lo ha pienamente raggiunto.
















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martedì, dicembre 16, 2003

J. L. Borges

El Alef

En la parte inferior del escalón, hacia la derecha, vi una pequeña esfera tornasolada, de casi intolerable fulgor. Al principio la creí giratoria; luego comprendí que ese movimiento era una ilusión producida por los vertiginosos espectáculos que encerraba. El diámetro del Aleph sería de dos o tres centímetros, pero el espacio cósmico estaba ahí, sin disminución de tamaño. Cada cosa (la luna del espejo, digamos) era infinitas cosas, porque yo claramente la veía desde todos los puntos del universo. Vi el populoso mar, vi el alba y la tarde, vi las muchedumbres de América, vi una plateada telaraña en el centro de una negra pirámide, vi un laberinto roto (era Londres), vi interminables ojos inmediatos escrutándose en mí como en un espejo, vi todos los espejos del planeta y ninguno me reflejó, vi en un traspatio de la calle Soler las mismas baldosas que hace treinta años vi en el zaguán de una casa en Frey Bentos, vi racimos, nieve, tabaco, vetas de metal, vapor de agua, vi convexos desiertos ecuatoriales y cada uno de sus granos de arena, vi en Inverness a una mujer que no olvidaré, vi la violenta cabellera, el altivo cuerpo, vi un cáncer de pecho, vi un círculo de tierra seca en una vereda, donde antes hubo un árbol, vi una quinta de Adrogué, un ejemplar de la primera versión inglesa de Plinio, la de Philemont Holland, vi a un tiempo cada letra de cada página (de chico yo solía maravillarme de que las letras de un volumen cerrado no se mezclaran y perdieran en el decurso de la noche), vi la noche y el día contemporáneo, vi un poniente en Querétaro que parecía reflejar el color de una rosa en Bengala, vi mi dormitorio sin nadie, vi en un gabinete de Alkmaar un globo terráqueo entre dos espejos que lo multiplicaban sin fin, vi caballos de crin arremolinada, en una playa del Mar Caspio en el alba, vi la delicada osadura de una mano, vi a los sobrevivientes de una batalla, enviando tarjetas postales, vi en un escaparate de Mirzapur una baraja española, vi las sombras oblicuas de unos helechos en el suelo de un invernáculo, vi tigres, émbolos, bisontes, marejadas y ejércitos, vi todas las hormigas que hay en la tierra, vi un astrolabio persa, vi en un cajón del escritorio (y la letra me hizo temblar) cartas obscenas, increíbles, precisas, que Beatriz había dirigido a Carlos Argentino, vi un adorado monumento en la Chacarita, vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi propia sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo.

Sentí infinita veneración, infinita lástima.



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lunedì, dicembre 15, 2003

UNA MIRADA A TRAVéS DEL SETO

La repetición sustituye la demostración: es ésta, según Ignacio Ramonet, la primera característica del pensamiento único, es decir una paradoja de orden de máxima sencillez, una anáfora elemental, un tópico que pide sólo reiterarse para ser avalado e introyectado, sin discusión, según un tabú. Entre los términos-fetiche, por necesidad estadística el de "identidad" no tiene en la actualidad igual, porque de él irradia no sólo un campo semántico incomensurable, sino también, y sobre todo, porque se deduce una retórica paralizadora, casi rayano en la obsesividad, como si, en realidad,  la "identidad" fuese el reflejo galvanizador y, al mismo tiempo, el refugio de las dinámicas que definimos globalizadas. Es útil recordar que la raíz limita al verbo que en griego antiguo indica ver algo personal o angusto, en la etimología idiotez de quien  ha sido destituido o se niega las actitudes relacionales y el principio de ciudadanía, o sea un intercambio con lo otro y la soberanía de los derechos políticos.

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sabato, dicembre 13, 2003

Sabbia

Ci piace disegnare sulla sabbia umida della risacca, soprattuto nei pomeriggi di agosto, quando il sole comincia la sua discesa verso il tramonto. Umidità nell'aria e profumo di serenità.

Quest'anno la figura stella è il polipo testone e dalle moltiplici braccia, e la barchetta che si avvicina da dietro , - hanno la schiena i polipi?- sopra di loro, un sole infantile che sorride di fronte alla scena.

Sorride il sole, così come lo fa il bambino che vende gli asciugamani in spiaggia, riva su, riva giù, carico e guardando i gruppi di villeggianti che abbronzano le loro carni al sole- sorridente? del pomeriggio.

Alle volte, il bimbo degli asciugamani si ferma per guardare il nostro disegno, per contemplare la scena di caboclos buttati a terra e armati di pietrine con cui graffiare la sabbia.

Non posso evitare di pensare nel perché luciccano gli occhi del bambino che vende gli asciugamani e mi capita di pensare che forse non molto tempo fa, anche lui disegnava delle forme sulla sabbia della risacca, nelle spiaggie di Tangeri o Nador o Tetuan.

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giovedì, dicembre 11, 2003

Arena

Nos gusta dibujar en la arena mojada de la bajamar, sobre todo en las tardes de agosto, cuando el sol comienza su descenso hacia el poniente. Humedad en el aire y olor a tranquilidad.

Este año la figura estrella es el pulpo cabezón y bracilargo, y el barquito de pesca que se le acerca por la espalda -¿tienen espalda los pulpos?-. Sobre ellos, un sol infantil que sonríe ante la escena.

Sonríe el sol, como sonríe el niño que vende toallas por la playa, orilla arriba y abajo, cargadito y mirando los grupos de veraneantes que tuestan sus carnes al sol -¿risueño?- de la tarde.

A veces, el niño de las toallas se para a mirar nuestro dibujo y los ojos me parece que le brillan. Se detiene, como el sol dibujado, a contemplar la escena de caboclos arrojados al suelo y armados de piedritas con las que arañar la arena.

No puedo evitar pensar en por qué le brillan los ojos al niño que vende las toallas y se me ocurre que quizás, no hace mucho, también él dibujaba formas en la arena de la bajamar, en las playas de Tanger o de Nador o de Tetuán. Se me ocurre pensar que, es posible, también él dibujaba soles sonrientes y pulpos y estrellas de mar y, un día, una barca. Y se me ocurre pensar que, jugando, jugando, se montó en la barca de fantasía de la arena del anochecer y la barca zarpó, y el dibujo lo trajo, jugando, jugando, a estas playas del lado opuesto en las que ya no puede dibujar en la arena, sino pasear la playa cargadito de toallas y, de vez en cuando, pararse a mirar cómo pintan los caboclos sus pulpos y sus soles en la arena de la bajamar.

Caboclo









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BLAS DE OTERO

EN EL PRINCIPIO 
 
Si he perdido la vida, el tiempo, 
todo lo que tiré, como un anillo, al agua, 
si he perdido la, voz en la maleza, 
me queda la palabra. 
 
Si he sufrido la sed, el hambre, todo 
lo que era mío y resultó ser nada, 
si he segado las sombras en silencio, 
me queda la palabra. 
 
Si abrí los labios para ver el rostro 
puro y terrible de mi patria, 
si abrí los labios hasta desgarrármelos,
me queda la palabra. 

Nel principio

Se ho perso la vita, il tempo,

tutto quello che gettai, come un anello, in acqua,

se ho perso la voce nella nella sterpaglia,

mi resta la parola.

Se ho patito la sete, la fame, tutto

Quello che era mio e resultò essere nulla,

se ho mietuto le ombre in silenzio,

mi resta la parola.

Se aprii le labbra per vedere il viso

puro e temibile della mia patria,

se aprii le labbra fino allo strazio,

mi resta la parola

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Una mirada de lo sagrado y de lo multíplice. Contra el principio de identidad y el pensamiento democrático, generadores de fundamentalismos idólatras

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USO DE SINO

a) Congiunzione avversativa: con la quale si contrappone ad un concetto negativo un altro affermativo:

No vino él,sino ella: non è venuto lui, ma bensì lei

b) Introduce una frase con verbo seguito di que: no la contrató, sino que la despidió: non la contrattò, anzi, la licenziò.

c) sino: sostantivo = destino

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TRADUZIONE

Uno sguardo attraversa la siepe
La fertilità del sacro e del molteplice. Contro il principio di identità e il pensiero monocratico, generatori di fondamentalismi e superstizioni idolatriche. Da Leopardi alle Sacre Scritture, Stefano Levi Della Torre vaglia al presente testi e immagini del passato. Per Feltrinelli, «Zone di turbolenza - Intrecci, somiglianze, conflitti»
MASSIMO RAFFAELI
La ripetizione sostituisce la dimostrazione: questa, secondo Ignacio Ramonet, è la prima caratteristica del pensiero unico, cioè una parola d'ordine di massima semplicità, un'anafora elementare, un luogo comune che chiede appena di reiterarsi per essere avvalorato e introiettato, senza discussione, alla maniera di un tabù. Fra i termini-feticcio, per occorrenza statistica quello di «identità» non ha oggi l'eguale perché da esso non solo si irradia un campo semantico sterminato ma anche, e soprattutto, si deduce una retorica paralizzante, ai limiti dell'ossessivo, come se appunto l'«identità» fosse il riflesso galvanico e insieme il rifugio delle dinamiche che diciamo globalizzate.Vale ricordare che la radice restringe il verbo che in greco antico indica il vedere a qualcosa di privato e di angusto, alla etimologica idiozia di chi è destituito o si nega le attitudini relazionali e il principio di cittadinanza, dunque lo scambio con l'altro e la sovranità dei diritti politici. In sintonia ideale, da ultimo, con Zygmunt Bauman e Salman Rushdie (che, in Patrie immaginarie, ricordava come tutti ormai ci dovessimo sedere almeno tra due sedie) l'ultimo e davvero notevole libro di Stefano Levi Della Torre (Zone di turbolenza - Intrecci, somiglianze, conflitti, Feltrinelli, pp.234, 18.00) da un lato rammenta che l'identità non è un dato ontologico ma al contrario il risultato di un processo storico, dall'altro legge nell'ossessione identitaria il paradosso di un generale accecamento e il principio di ogni fondamentalismo.

Levi Della Torre non parla semplicemente di pensiero unico ma semmai di pensiero monocratico, il cui assetto intangibile tende sempre a codificarsi e irrigidirsi, anzi a ritualizzarsi, nelle forme della religione o, peggio, della superstizione idolatrica; ad esso si oppone la fertilità del sacro (quel che è ricco di inquietudine e stimoli, non ancora definito dai codici culturali) e un'attitudine al molteplice che ha bisogno del pensiero duale, vale a dire di uno sguardo disponibile alla rifrazione dell'altro, aperto alle dinamiche che via via si manifestano sulle zone di confine, tanto più ricettivo e problematico quanto più esposto a confutazione e crisi.

Il che, in una parola, si traduce in pensiero «critico», nel senso di un perpetuo distinguere/valutare/scegliere; e non è un caso che al centro del libro si accampino due emblemi seccamente polarizzati: il Vitello d'Oro che Aronne (demagogo e falso profeta) impone di adorare in esclusiva, e, all'opposto, le Tavole della legge, prima divise in due e in seguito spezzate da Mosè proprio per vietarne l'utilizzo idolatrico. E' scritto, a proposito, nell'introduzione: «I saggi raccolti in questo libro riguardano argomenti molto diversi, ma sono uniti dalla critica delle impostazioni mentali che riducono all'uno, facendo di ogni fatto o cosa un'entità omogenea e un'essenza immutabile. E' un carattere intimo del fondamentalismo, religioso o profano che sia, nel suo significato più esteso e generico. E' il prevalere dell'istinto di conservazione, che si veste di ortodossia, di accademia, di purezza schiva da commistioni. Struttura mentale che non appartiene ad cultura, ma le attraversa tutte. E' dell'essere umano quando la paura e il bisogno di sicurezza, di tana, di abitudine rattrappiscono l'immaginazione e la curiosità, e si preferiscono i muri alle porte e ai passaggi. Ne risulta la visione di un mondo inorganico, cristallizzato, i cui pezzi cozzano l'uno contro l'altro senza compenetrarsi, senza che si creino nuovi composti.»











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mercoledì, dicembre 10, 2003

Premio Cervantes al poeta cileno Gonzalo Rojas

 

OSCURIDAD HERMOSA

Anoche te he tocado y te he sentido
sin que mi mano huyera más allá de mi mano,
sin que mi cuerpo huyera, ni mi oído:
de un modo casi humano
te he sentido.

Palpitante,
no sé si como sangre o como nube
errante,
por mi casa, en puntillas, oscuridad que sube,
oscuridad que baja, corriste, centelleante.

Corriste por mi casa de madera
sus ventanas abriste
y te sentí latir la noche entera,
hija de los abismos, silenciosa,
guerrera, tan terrible, tan hermosa
que todo cuanto existe,
para mí, sin tu llama, no existiera.

 





















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lunedì, dicembre 08, 2003

La voz dormida

Dulce ChacónDulce Chacón

 

 

 

Alfaguara
387 páginas

 

     Todavía la guerra civil y sus secuelas. Una serie de damas que han militado más o menos activamente en el bando republicano tienen que enfrentarse con la posguerra a cara de perro.

Como incluye un capítulo final de agradecimientos, algo que se está volviendo normal en toda novela española, es muy fácil comprender la génesis de una obra que bucea en las señas de identidad de una generación que tuvo que sufrir una situación de dureza sin igual.

La voz dormida alude, por tanto, al largo periodo de plomo y silencio por el que tuvo que pasar una de las españas durante demasiado tiempo.

La autora ha escogido la voz femenina, lo que en sí es ya una tesis, aunque son muchos los personajes masculinos que aparecen vistos a través de la mirada femenil.

Esos años prodigiosos que fueron la segunda república produjeron personalidades curiosas e insólitas. Es evidente que España da un do de pecho y que esta fecunda actividad (no vamos a juzgar ahora si equivocada o no) continúa durante los años de la Guerra Civil, cuando el pueblo español (en ambos bandos, pero es evidente que con mucha mayor pujanza en el republicano) despliega una energía (y no sólo para la destrucción) que hoy nos parece poco menos que increíble. La guerra civil es para el erudito o investigador un campo inagotable. Quien esto escribe comenzó a interesarse por ella a los trece o catorce años y desde entonces no ha dejado pasar ninguna ocasión para acrecentar sus conocimientos. Aunque a lo largo de los años he cambiado mucho el punto de vista, lo cierto es que no dejo de descubrir más y más cosas nuevas.

Una de las novedades de la República y la Guerra fue la incorporación de la mujer a la política primero y a la lucha armada después. Victoria Kent, Federica Montseny, Dolores Ibárruri están entre las más conocidas, pero –y esa es una de las grandezas del periodo- abundaron las militantes y combatientes anónimas. No todo fue así, recordemos que el advenimiento del Bienio Negro, en 1934, se produce por la concesión del voto femenino, que fue masivamente reaccionario (alguien dijo: La república dio el voto a la mujer, y esta lo puso en manos de su confesor)…

La mujer, innatamente conservadora, divulgadora de la costumbre, reaccionaria por función, enemiga de toda renovación, pacata, asustadiza de toda novedad, incapaz de todo altruismo (salvo, y eso era en otros tiempos, el filial, que –convengámoslo- no es del todo desinteresado), de vivir ninguna "idea", se contagió en aquellos años del espíritu de los tiempos y produjo especímenes brillantes.

La miliciana, y en la portada de este libro aparece una que, además, soporta un niño en su regazo, constituye todo un símbolo, por más que su número fuera puramente anecdótico.

La novela comienza describiendo la vida de una serie de mujeres en la madrileña cárcel de Ventas. Poco a poco vamos sabiendo de los avatares de todas ellas. De Hortensia ("Tensi"), miliciana en la guerra y guerrillera en la postguerra, que está embarazada de una niña y también condenada a muerte. Pepita, su hermana, que se verá implicada en la lucha clandestina sin demasiado entusiasmo y será allí donde conocerá a quien será su marido. También aparece un ex – doctor, don Fernando, que ha renunciado a su profesión horrorizado por la guerra. Fue salvado "in extremis" por dos milicianos de la masacre de Paracuellos y les debe un favor. Será él quien tome como criada a Pepita.

Este don Fernando, sometido a chantaje sexual por su señora por no querer retomar su carrera profesional y vegetar como un modesto funcionario, se verá mezclado en ocasiones con los problemas del grupo de oposición con el que se relacionan Pepita y Hortensia. Deberá curar a Felipe, el marido de Hortensia

Antonio Ruiz Vega

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giovedì, dicembre 04, 2003

Italo Calvino

Las cafeteras exprés en los cafés de las estaciones exhiben una familiaridad con las locomotoras, las cafeteras  exprés de antaño y de hoy con las locomotoras y los locomotores de ayer y de hoy.  Me dedico a ir y venir, girar y da runa vuelta: estoy cogido en una trampa, en esa trampa atemporal que las estaciones tienden inevitablemente. Un polvillo de carbón impregna el aire de las estaciones al cabo de tantos años, cuando las estaciones ya han sido electrificadas, y una novela que habla de trenes y de estaciones no puede sino transmitir este olor a humo. Desde hace dos páginas sigues leyendo  ya sería hora de que te dijesen claramente si esta estación en la que me he apeado de un tren en retraso es una estación de antes o de ahora; en cambio las frases continúan moviéndose en la indeterminación, en la mediocridad, en una especie de tierra de nadie con una reducida experiencia como común denominador. Ten cuidado: está claro que es un sistema para involucrarte poco a poco, para capturarte en la historia sin que te des cuenta: una trampa: o quizás el autor esté indeciso todavía, come lo estás tú, lector, no estás muy seguro de lo que te agradaría más leer: si la llegada a una estación antigua que te dé el sentido de un regreso al pasado, de un restablecimiento de los tiempos y de los lugares perdidos, o bien un brillo de luces y de sonidos que te devuelva el sentido de estar vivo hoy, en el modo con el que se cree que nos guste estar vivos.

postato da: Delicebaltic | 17:35 | commenti

lunedì, dicembre 01, 2003

Traduzione

Italo Calvino, Se una notte d'inverno un passeggero

Le macchine-espresso nei caffè delle stazioni ostentano una loro parentela con le locomotive, le macchine espresso di ieri e di oggi con le locomotive e i locomotori di ieri e di oggi. Ho un bell'andare e venire, girare e dar volta: sono preso in trappola, in quella trappola atemporale che le stazioni tendono immancabilmente. Un pulviscolo di carbone ancora aleggia nell'aria delle stazioni dopo tanti anni che le linee sono state tute elettrificate, e un romanzo che parla di treni e stazioni non può non trasmettere quest'odore di fumo. E' già da un paio di pagine che stai andando avanti a leggere e sarebbe ora che ti si dicesse chiaramente se questa a cui io sono sceso da un treno in ritardo è una stazione d'una volta o una stazione d'adesso; invece le frasi continuano a muoversi nell'indeterminato, nel grigio, in una specie di terra di nessuno dell'esperienza ridotta al minimo comune denominatore. Sta' attento: è certo un sistema per coinvolgerti a poco a poco, per catturarti nella vicenda senza che te ne renda conto: una trappola: O forse l'autore è ancora indeciso, come d'altronde anche tu lettore non sei ben sicuro di cosa ti farebbe più piacere leggere: se l'arrivo a una vecchia stazione che ti dia il senso d'un ritorno al'indietro, d'una rioccupazione dei tempi e dei luoghi perduti, oppure un balenare di luci e di suoni che ti dia il senso d'essere vivo oggi, nel modo in cui oggi si crede faccia piacere essere vivo

 

postato da: Delicebaltic | 14:13 | commenti

Análisis textual

En el siguiente texto, obsérvense las palabras subrayadas y dígase qué topos prevalece:

Erase una vez, en la ciudad de Bagdad, un criado que servía a un rico mercader. Un día, muy de mañana, el criado se dirigió al mercado para hacer las compras. Pero esa mañana no fue como todas las demás, porque esa mañana vio allí a la Muerte y porque la Muerte le hizo un gesto.

Aterrado el criado volvió a la casa del mercader.

-Amo-  le dijo- déjame el caballo más veloz de Bagdad. Esta noche quiero estar en la remota ciudad de Ispahán. Pero, ¿por qué quieres huir? Porque he visto la Muerte en el mercado y me ha hecho un gesto de amenaza. Pero el mercader se compadeció de él y le dejó el caballo, y el criado partió  con la esperanza de estar por la noche en Ispahán. Por la tarde el propio mercader fue al mercado y. como le había sucedido antes al criado, también él vio a la Muerte.

Bernardo Atxaga , Obabakoak

 

postato da: Delicebaltic | 13:44 | commenti